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Felici come Robinson Crusoe

I giovani sono veramente ossessionati dal “marchio”? Sono realmente omologati, stereotipati, intrappolati nella schiavitù delle mode? In parte sì. Ma non è colpa loro. I ragazzi, ormai da anni, sono vittime di un sistema di comunicazione malato, che li martella di pubblicità dalla mattina alla sera, rendendoli profondamente insicuri e perennemente insoddisfatti. Avete mai provato a contare quante volte, durante la giornata, vanno in onda gli spot televisivi di telefoni cellulari? E’ un bombardamento continuo. E chi non possiede quel particolare tipo di prodotto, si sente immediatamente inferiore, emarginato dalla società. I giovani, oggi, sono considerati dei “bidoni aspiratutto”, ai quali è lecito offrire qualunque cosa, pur di arricchirsi alle loro spalle. L’importante è che comprino. Non importa cosa. Ciò che conta è fare soldi. Tanti soldi. Alcune emittenti televisive hanno l’abitudine di trasmettere gli spot pubblicitari ad un volume più alto rispetto al programma o al film in cui sono inseriti. Si tratta di un trucco per richiamare l’attenzione del telespettatore sui prodotti reclamizzati. Ma è anche una triste metafora di ciò che accade in televisione. Sembra quasi che lo spot, alzando la voce, voglia gridare al pubblico: “Sono io che comando. Sono io il padrone. Tutto il resto non conta”. La dittatura del marchio genera un continuo stato di bisogno ed invita ad assomigliare a modelli spudoratamente falsi e ingannevoli. Martin Luther King, martire della pace e dei diritti umani, diceva: “Mentre una società opulenta vorrebbe indurci a credere che la felicità consiste nella dimensione delle nostre automobili, nell’imponenza delle nostre case e nella sontuosità delle nostre vesti, Gesù ci ammonisce che la vita di un uomo non consiste nell’abbondanza delle cose che egli possiede”. E’ proprio così. Molte persone credono, purtroppo, che la felicità dipenda dal possesso delle cose che si hanno. Più cose si hanno, e più ci si illude di essere felici. Per interrompere questo meccanismo perverso, bisognerebbe spingere i giovani a riflettere su un termine che viene spesso utilizzato per definire tutti noi. Questo termine è “consumatore”. Una parola squallida, che racchiude la triste funzione assegnataci dal mondo della pubblicità: consumare, divorare, masticare, comprare. Insomma: spendere tanti soldi. La dittatura del marchio ha sconvolto completamente il senso di “sazietà” dei giovani. I falsi modelli televisivi hanno danneggiato il rapporto dei ragazzi con le cose che, effettivamente, sono necessarie per vivere. Molti giovani hanno l’impressione d’avere sempre “fame”. Sono spinti a comprare. Accumulare. Consumare. Anche quando non ce n’è realmente bisogno. La “merce”, ormai, è entrata nei polmoni dei giovani. Impone ai ragazzi il suo ritmo di respirazione. Ma fino a quando potrà durare questo affannoso inseguimento? Forse è il caso di educare i giovani a rallentare un po’, a smetterla di adorare certe nuove divinità pagane che ci sorridono dal televisore. La dittatura del marchio è strettamente collegata ad un altro falso mito: quello dell’estetica. Oltre ad avere l’ultimissimo modello di telefono cellulare, bisogna per forza essere bellissimi, abbronzati e in forma. Anche in questo caso, la televisione ha le sue responsabilità. Gli spot pubblicitari ci mostrano sempre le immagini di fotomodelle stupende, pronte a salire su qualche rombante e lussuosa automobile. Senza contare, poi, la moda dei sexy-calendari con protagoniste attrici e attricette, le cui foto sono spesso ritoccate al computer. Purtroppo, tutta questa esagerazione nella bellezza e nell’estetica non può che generare nei giovani un senso di profonda insicurezza. La ragazza che non assomiglia alla fotomodella rischia di sentirsi diversa, emarginata dalla società. E così nascono i complessi, le solitudini, le diete fulminanti, le ore passate davanti allo specchio a cercare di cambiarsi. I falsi miti del marchio e dell’estetica possono, dunque, avere conseguenze terribili nella vita dei giovani. Che cosa si può fare per aiutare i ragazzi a non cadere in certe trappole? Prima di tutto, bisogna abituare i ragazzi ad avere un atteggiamento diverso nei confronti dei mezzi di comunicazione. E’ necessario abituarli a non “bere” passivamente tutti i messaggi che giungono dalla televisione, dai testi delle canzoni, dalle riviste, dai siti Internet. E’ necessario stimolare nei giovani alcuni sani interrogativi: perché sentirsi inferiori di fronte ad una fotomodella che sorride da un calendario? Siamo sicuri che lei sia veramente felice? Forse è sola. Forse non ha veri amici. Forse ha bisogno d’aiuto. Bisogna educare i giovani a riscoprire la gioia nelle piccole cose della vita quotidiana. In che modo? Potrebbe essere utile spingerli a fare “l’inventario” di tutte le cose belle che hanno. A pensarci bene, ne hanno già tante! Per far comprendere meglio questo concetto, nei miei incontri con i giovani, io utilizzo un’immagine simbolica. Chiedo ai ragazzi di sognare d’essere naufraghi su un’isola deserta, come Robinson Crusoe, protagonista dell’indimenticabile capolavoro letterario di Daniel Defoe. Immaginiamo questo scenario: la nostra nave è stata distrutta da una tempesta, e siamo improvvisamente soli in un mondo disabitato. Se ci trovassimo in queste condizioni, grideremmo di gioia nell’avere un temperino, una cannuccia, un fiammifero, un cappellino per ripararci dal sole… Piccole cose, ma importanti. E ringrazieremmo Dio d’averle. Fortunatamente, noi abbiamo già tantissime cose in più rispetto a Robinson Crusoe. E allora, perché non sorridere? Perché non esultare di fronte alla straordinaria avventura della vita? E’ questo l’atteggiamento giusto da trasmettere ai giovani. Non il mito di un’esistenza irraggiungibile, ma la concretezza di essere felici per ciò che si è, senza finire nelle fotografie di qualche sexy-calendario.
Carlo Climati
Articolo pubblicato su "Mondo Voc" (Maggio 2004).
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