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Il cinema dell'altro
Esiste, sicuramente, un cinema che aiuta lo spettatore a
ricordarsi dell’esistenza dell’altro.
L’altro come “prossimo”, così come viene inteso nel Vangelo.
Il prossimo da amare e da tenere in considerazione.
Da non dimenticare. Mai.
Penso ad esempio, ad un bellissimo film di fantascienza degli anni Cinquanta:
L’invasione degli ultracorpi.
La storia è ambientata in una cittadina americana dove, dallo spazio,
arrivano dei grossi baccelli, in grado di riprodurre perfettamente le
sembianze degli esseri umani. Ma con una differenza: questi
<<sosia>> non hanno emozioni. Sono assolutamente uguali alle
persone che riproducono, ma rimangono insensibili a qualunque tipo di
sentimento. Amore, amicizia, compassione, carità... Tutto viene annullato.
Nel film, i baccelloni extraterrestri puntano, a poco a poco, a sostituire
l’intera umanità con dei freddi replicanti, privi di qualunque
coinvolgimento emotivo. Ed è esattamente ciò che sta succedendo nel mondo di
oggi.
Oggi, purtroppo, c’è la tendenza a vivere eliminando i coinvolgimenti
emotivi, dimenticandosi del prossimo e della sua esistenza.
Pensiamo all’uso che si fa di una parola importante: Libertà.
Oggi, purtroppo, il termine <<libertà>> viene spesso inteso come
<<libertà di fare tutto>>. Un invito a fare ciò che si vuole.
In realtà, la vera libertà esiste quando l’uomo comprende il valore della
<<cultura del limite>>. Per essere davvero liberi è necessario
porre dei confini morali alle proprie azioni. Altrimenti, tutto diventa
lecito. Non c’è più rispetto per se stessi e per gli altri.
Per giustificare certi comportamenti negativi viene utilizzata un’altra
parola molto popolare: <<libertà di scelta>>.
Oggi si sente spesso dire che drogarsi è una <<scelta>>, abortire
è una <<scelta>>, suicidarsi è una <<scelta>>…
Ma che cos’è la scelta? La scelta è una cosa personale, che non tocca o
danneggia gli altri. Quando vado dal gelataio, io <<scelgo>> di
comprare un gelato alla frutta invece di quello al cioccolato. E quindi,
faccio una <<scelta>> del tutto personale, che riguarda i miei
gusti.
Ma l’aborto, il suicidio, la droga (solo per fare qualche esempio) non si
possono considerare delle <<scelte>>, perché toccano e
danneggiano direttamente qualcun altro.
Oggi, con la scusa della <<scelta>>, ci si sente autorizzati a
compiere il male. Invece, sarebbe il caso di capire che noi non siamo soli. E
che tutte le nostre <<scelte>> sono legate alla vita degli altri
esseri umani.
Ce lo ha fatto capire, tanti anni fa, il regista Frank Capra, con
un’immagine molto bella del film La vita è meravigliosa. E’ la storia di
un angelo che riesce a distogliere un uomo in crisi, George Bailey, dalla sua
intenzione di suicidarsi.
George (l’attore James Stewart), nel corso della sua esistenza, non aveva
fatto altro che seminare il bene. Aveva costruito un villaggio per i poveri e
salvato la vita a suo fratello Harry. Il fratello, a sua volta, aveva salvato
la vita a tanti soldati, durante la guerra.
L’angelo mostra a George come sarebbe stata diversa, e triste, la sua città
se lui non fosse mai nato. Nessuno avrebbe mai costruito le case per i poveri.
E nessuno avrebbe salvato la vita a suo fratello, il quale, essendo morto, non
avrebbe potuto salvare i soldati.
L’angelo dice a George: <<La vita di un uomo è legata a quella di
tanti altri uomini. E quando quest’uomo non esiste, lascia un vuoto>>.
E’ questo che bisogna ricordare. Che non siamo soli. Ogni nostra scelta può
condizionare, nel bene o nel male, la vita degli altri.
Questo concetto è molto presente anche nei vecchi cartoni animati Disney, in
cui vince l’idea della coralità e dove gli obiettivi della vita si
raggiungono grazie al gioco di squadra.
Questi cartoni animati ci ricordano costantemente che esistono gli altri e che
assieme agli altri possiamo raggiungere obiettivi importanti.
Pensiamo, ad esempio, a Cenerentola, che è sempre circondata da un gruppo di
allegri topini. Il suo successo finale sarà anche il frutto di questi amici
che l’hanno aiutata a superare i momenti difficili e con i quali si è
costantemente confrontata.
L’elemento del gioco di squadra e l’esaltazione della vittoria corale sono
forti elementi educativi che ritornano costantemente nei vecchi cartoni
animati di Walt Disney.
In questi film viene costantemente esaltata l’immagine di un umile
vincitore, che raggiunge la meta con il contributo determinante dei suoi
affezionati amici. E gli amici sono felici di vincere con lui. Sono parte
integrante della sua vittoria.
Biancaneve, ad esempio, può contare sull’amicizia dei sette nani. E Disney,
non a caso, caratterizza questi personaggi in modo molto forte, trasformandoli
negli autentici protagonisti della storia. Lo stesso discorso vale per i cani
di Lilli e il vagabondo, che salvano il loro amico randagio.
Nei vecchi cartoni animati di Walt Disney sono gli <<altri>> che
contano. E non a caso, nel Libro della giungla, il giovane protagonista Mowgly
può contare sull’aiuto di un orso e di una pantera, anch’essi fortemente
caratterizzati.
Nella battaglia finale contro la tigre si aggiungono quattro simpatici
avvoltoi canterini. E’ anche grazie a loro che Mowgly riesce a vincere.
L’esaltazione della vittoria corale trova la sua massima espressione nel
film Gli Aristogatti, dove l’insolita collaborazione tra un topo e dei
simpatici micioni risulta determinante per sconfiggere il cattivo della
storia.
Insomma, anche i cartoni animati fanno cultura. I protagonisti delle storie,
infatti, non sono semplicemente dei pupazzetti creati per strappare un
sorriso. Dietro ogni loro sguardo si nasconde un’emozione, una storia, uno
stile di vita ben preciso che raggiunge il cuore dei telespettatori.
Un altro elemento importante è quello di ricordarsi dell’altro come essere
umano e non come “cosa”, “oggetto”.
Oggi tutto si consuma molto rapidamente. Sta
scomparendo, sempre di più, la voglia d’aspettare, di assaporare gli
attimi, di vivere al momento giusto le tappe importanti della propria vita.
Per accorgersene, basta dare un’occhiata alle riviste per ragazzi che si
trovano in edicola. Ce ne sono alcune che insegnano alle bambine di otto anni
come truccarsi. E molte altre, rivolte agli adolescenti, danno le istruzioni
sui metodi anticoncezionali o su come fare per abortire.
Si vive troppo in fretta. Un bellissimo film di Ermanno Olmi, L’albero degli
zoccoli, ha fotografato le immagini di un’epoca che sembra non esistere più.
Un tempo di sane timidezze e di dolci pudori, in cui si aspettava perfino a
guardarsi negli occhi.
Questa pellicola, interpretata da contadini e gente della campagna bergamasca,
è stata premiata nel 1978 con la Palma d’oro al Festival di Cannes.
Racconta la vita di alcune famiglie lombarde di contadini, alla fine del
secolo scorso.
Dall’autunno alla primavera, quando il lavoro dei campi concedeva respiro,
riprendevano le vicende degli uomini con i loro sentimenti, le loro paure, le
speranze. Sia nelle cose di ogni giorno che negli avvenimenti più importanti
e attesi, come la nascita di un bambino, un matrimonio o la festa del paese.
La vita era povera e tutto acquistava valore e significato.
All’inizio del film c’è una scena stupenda, che fotografa perfettamente
la poesia di quel tempo lontano. Un giovane contadino segue una ragazza,
mentre cammina su un viale di campagna. I due si fermano, e inizia un breve
dialogo.
Lui: <<Volevo sapere se potevo salutarvi. Mi farebbe piacere darvi,
almeno, la buonasera>>.
Lei: <<Se è solo per quello, non c’è niente di male>>.
Lui: <<E voi, non mi dite niente?>>.
Lei: <<Vi dico anch’io buonasera>>.
La ragazza risponde al giovane senza voltarsi completamente verso di lui. Solo
per un attimo gli rivolge uno sguardo, per poi abbassare immediatamente gli
occhi e riprendere il cammino verso casa.
In quelle parole quasi sussurrate, e nella tenera timidezza dei due giovani,
c’è tutta la bellezza di un tempo in cui gli esseri umani si guardavano
davvero come esseri umani. Anche se, per rispetto, abbassavano gli occhi.
Carlo Climati (2003 )
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