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Un unico, grande abbraccio
Quale valore può avere, oggi, l'idea del pellegrinaggio? Le nuove generazioni sono ancora interessate a questo tipo di esperienza, oppure la ritengono superata?
Mi è capitato spesso di toccare l'argomento con i ragazzi, nel corso di incontri nelle parrocchie e nelle scuole. Le risposte dei giovani alle mie domande sono state davvero interessanti e profonde, più di qualunque analisi sociologica sul tema.
Ed è proprio da una di queste risposte che vorrei partire per fare il punto della situazione. E' la storia di un giovane che, come tanti altri suoi coetanei, non riusciva a pregare.
"Avevo una specie di blocco - mi raccontò - nel dialogare con Dio. Lo cercavo, ma non riuscivo a trovarlo. Mi sembrava quasi assente, invisibile, troppo impegnato per occuparsi dei miei problemi".
Sono tanti i ragazzi che si trovano in questa situazione. Hanno sete di spiritualità, ma non sanno come esprimerla. Non riescono a trovare gli strumenti giusti per tirare fuori questo sentimento.
"La mia parrocchia - mi disse ancora quel giovane - mi sembrava troppo grande per me. Immensa. I sacerdoti non riuscivano a dare la risposta giusta alle mie domande. Avevano una visione del Cristianesimo troppo orizzontale. Privilegiavano l'azione sociale e mettevano la preghiera in secondo piano. Per un po' di tempo li ho frequentati, ma poi mi sono chiesto: che cosa sto facendo? Qui mi parlano di tutto, tranne che di Gesù Cristo".
Anche questa è una situazione comune a molti giovani. Negli ultimi anni, in certi ambienti, c'è stata una tendenza a svuotare la vita cristiana dai suoi aspetti più spirituali, per orientarsi verso una specie di generica filantropia. Il risultato, disastroso, è stato quello di allontanare molti ragazzi dalla Chiesa.
Del resto, come si può pensare di avvicinare i giovani al Signore senza proporre loro il cuore della dottrina cristiana? Che senso ha riempirli di discorsi che potrebbero ascoltare in qualunque altro ambiente ateo o in qualsiasi associazione di volontariato non cattolica? Può sembrare strano, ma questo è un errore che è stato compiuto spesso negli ultimi anni: la proposta ai giovani di una fede arida e perfino intellettualoide, incapace di affascinarli e di portarli a Dio.
"Fortunatamente - continuò a raccontarmi il giovane - un giorno incontrai un amico che non vedevo da qualche anno. Mi parlò di un bellissimo santuario, che si trovava abbastanza lontano da casa mia. Per raggiungerlo, bisognava fare un vero e proprio viaggio. Ma rimasi talmente colpito dalla descrizione del mio amico, che si scatenò dentro di me un forte desiderio di vedere quel posto. Nel percorso che feci per raggiungere il santuario, sentii che il mio cuore si stava aprendo. E quando arrivai lì, provai una sensazione stupenda. Fu come correre a braccia aperte verso il Signore, per accogliere tutto il suo amore. Quel posto così bello, e così semplice, mi aveva conquistato. Improvvisamente sentivo che potevo parlare liberamente con Dio, senza problemi. Ancora oggi, devo a quel pellegrinaggio la svolta fondamentale della mia vita cristiana".
Storie come questa sono illuminanti. Ci aiutano a capire che cosa sia realmente il Cristianesimo e di che cosa abbiano bisogno i giovani per conoscerlo ed amarlo. Non le chiacchiere. Non gli intellettualismi, ma un'esperienza concreta di incontro, di abbraccio semplice con il Signore.
Per questa ragione, oggi, è importante aiutare i ragazzi a scoprire l'esperienza del pellegrinaggio. Perché nel pellegrinaggio sono racchiusi tanti significati profondi, che possono dare frutti meravigliosi. L'idea stessa di partire, prendere un pullman o un treno per raggiungere un luogo sacro può sembrare insolita in un mondo come quello di oggi, in cui si bruciano le distanze in pochi secondi.
Oggi è sufficiente accendere il computer e spingere un tasto per collegarsi immediatamente, tramite Internet, con New York, Mosca e Tokyo. C'è l'illusione di una comunicazione onnipotente e senza confini. Ma, in molti casi, si tratta di una comunicazione fredda, che ci rinchiude tra le quattro mura di casa e ci impedisce di toccare davvero i volti degli altri.
Eppure, basterebbe veramente poco per uscire fuori dal guscio e comunicare con qualcosa di più grande. Invece di potenziare il computer per raggiungere chissà quali interlocutori virtuali, sarebbe sufficiente un buon paio di scarpe per incamminarsi verso una vita nuova. Come quella del giovane che è riuscito a dialogare con Dio nell'atmosfera semplice di un santuario.
Ma forse non è neppure necessario consumare chilometri per raggiungere un grande santuario. Per tanti giovani basterebbe semplicemente uscire di casa e fare pochi passi. Magari per recarsi in una chiesetta con l'immagine della Madonna, recitando il Rosario durante il percorso.
In fondo, la grande essenza del pellegrinaggio è proprio questa: una sana cultura dello sforzo. In una società pigra, in cui si tende a cancellare sempre di più la parola "impegno", questo tipo di esperienza può avere un valore immenso.
Può aiutare a ricordarci che non possiamo più restare alla finestra ad aspettare. Se, nel nostro cuore, sentiamo che Dio ci sta chiamando, facciamo uno sforzo e corriamogli incontro. Questo ci aiuterà, poi, a correre meglio incontro agli altri. Tutti uniti, davvero, in unico grande abbraccio.
Carlo
Climati
Articolo pubblicato su "Mondo Voc" (2006).
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