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Il diritto di arrivare ultimi
Perché tanti genitori desiderano avere un “figlio perfetto”? La risposta è semplice: perché anche i genitori sono “figli”. Figli di un’epoca in cui trionfa il falso mito della perfezione assoluta, frutto della schiacciante influenza dei mezzi di comunicazione.
Trent’anni fa, Internet non esisteva. La televisione non era ancora così invadente, e si respirava un’aria completamente diversa. Non c’erano neppure i sexy-calendari, con le foto delle attricette dei “reality show”, ritoccate con il computer.
Oggi siamo tutti schiavi del mondo della pubblicità, che ci impone le sue leggi, le sue mode, i suoi linguaggi da seguire. E’ una specie di dittatura rumorosa. Sono, infatti, rumorosi e ineducati gli spot pubblicitari che riempiono il piccolo schermo, spesso mandati in onda con un volume più alto rispetto al programma che stanno interrompendo.
Gli spot piombano improvvisamente nella nostra vita e gridano: “Sono io il padrone. Devi fare esattamente ciò che ti dico. Devi comprare l’ultimo modello di automobile e di telefono cellulare. Altrimenti non sei nessuno”.
Lo scopo della pubblicità è quello di creare in noi un continuo stato di insoddisfazione e di bisogno, per spingerci costantemente a comprare dei prodotti. Per fare questo si propongono modelli irreali, senza limiti, che dovrebbero rappresentare il punto d’arrivo della nostra vita.
Questo accade, ad esempio, negli spot interpretati da adulti: fotomodelle bellissime che accompagnano automobili rombanti; fustoni abbronzatissimi che si scambiano messaggini con il cellulare, a bordo delle loro bellissime barche; mamme e papà perfettamente pettinati, alle sei del mattino, che fanno colazione nelle loro case meravigliose.
Osserviamo i bambini che appaiono negli spot: sono sempre belli, biondi, con gli occhi azzurri, con il sorriso smagliante. Sono i figli ideali di quegli stessi fustoni abbronzantissimi che sembrano trascorrere la loro vita perennemente in vacanza, in barca, inviando messaggini al cellulare della fotomodella di turno.
In questo clima culturale (ma sarebbe meglio definirlo non-culturale) si inserisce il fenomeno della ricerca del bambino perfetto: il “superfiglio” attivissimo che è un campione nello sport, che studia le lingue e suona almeno uno strumento musicale. Sempre bello, pettinato e sorridente, come negli spot pubblicitari.
Un bambino così è destinato a diventare un insicuro, un complessato, un depresso pronto a demoralizzarsi di fronte al primo insuccesso. Perché, si sa, nella vita non si può sempre vincere. Si può anche sbagliare, cadere, inciampare. Si può giocare a pallone e fare autorete. Si può suonare il pianoforte e stonare. Si può partecipare ad una gara di nuoto ed arrivare ultimi. Ma non per questo bisogna sentirsi depressi o inferiori.
Capita, a volte, di vedere in televisione personaggi dello spettacolo, divorziati, che narrano i successi dei loro figli “perfetti”, bravissimi, intelligentissimi e laureati nelle migliori università.
Sono immagini tristi. Questi figli, probabilmente, avranno avuto tanti soldi e la possibilità di studiare nelle scuole più esclusive. Ma, purtroppo, non hanno mai conosciuto il calore di una famiglia unita. Nonostante questo, certi personaggi dello spettacolo hanno l’abitudine di vantarsi dei successi dei propri “superfigli”.
Spesso la televisione detta legge e mostra stili di vita assurdi, illimitati. Chi non assomiglia a certi modelli comincia a guardarsi allo specchio e a provare una sensazione di insicurezza.
Nel mondo di oggi, nessuno sfugge alla dittatura della perfezione. Ecco perché tanti ragazzi sono vittime di genitori ansiosi, che li sommergono di aspettative e li fanno sentire tesi come la corda di un violino.
Quale può essere la soluzione a questo problema? Come non cadere in certe trappole, che rischiano di compromettere, per sempre, la vita dei giovani? La risposta a questi interrogativi sta nella presa di coscienza che i bambini, prima ancora di essere figli dei propri genitori, sono figli di Dio.
E Dio, di sicuro, non ci vuole perfetti. Lui ci ama con tutti i difetti che abbiamo: con le nostre cadute, i nostri dubbi, le nostre insicurezze, le nostre paure.
Anche Dio, una volta, ha avuto paura. Sapendo che sarebbe finito in croce, Gesù ha chiesto al suo papà, in cielo, di allontanare da lui quel calice amaro. Prima di accettare la volontà del Padre, ha tremato di fronte alla prospettiva del dolore e della sofferenza.
Perciò, nessuno è perfetto. Figuriamoci, poi, i bambini che si affacciano sulla finestra del mondo. Lasciamoli zoppicare in pace, senza che nessuno pretenda di soffocarli nel sorriso di plastica di qualche spot pubblicitario.
Carlo
Climati
Articolo pubblicato su "Mondo Voc" (Gennaio 2006).
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