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Donne-fotocopia? No, grazie!
Tra i più grandi doni che la Chiesa cattolica ha saputo offrire all'umanità c'è una particolare attenzione al mondo femminile. La donna, infatti, è sempre stata una figura centrale nel Cristianesimo, fin dai tempi di Gesù.
Dio ha scelto di venire tra noi attraverso il corpo di una donna. Sarebbe potuto arrivare dal nulla, a bordo di un'astronave, tra luci, fumi ed effetti speciali. Ma ha preferito la strada più semplice ed autentica. Ha scelto di incarnarsi nel ventre di Maria, percorrendo lo stesso cammino di tutti gli esseri umani.
Inoltre Gesù, nel suo tempo, dialogava molto con le donne. Ed è proprio alle donne che è apparso per la prima volta, dopo la sua morte.
Esiste un rapporto speciale tra la Chiesa cattolica e la donna. Un legame profondo, significativo, intramontabile, che si rafforza ogni giorno sempre di più.
La pastorale femminile ha un'importanza grandissima, soprattutto in un'epoca come la nostra, in cui molte donne appaiono smarrite, sbandate, in cerca di un'identità.
Verso la metà del secolo scorso, abbiamo assistito all'ondata rivoluzionaria del femminismo. Questa corrente di pensiero ha sicuramente portato alcune novità positive ed ha contribuito a ricordare che la donna deve avere le stessa dignità e gli stessi diritti degli uomini.
Al tempo stesso, però, non possiamo chiudere gli occhi di fronte ai tanti danni generati dalla diffusione di un certo femminismo estremista: dalla piaga dell'aborto legalizzato alla convinzione, errata, che le donne debbano diventare "fotocopie" degli uomini.
Oggi, più che mai, la pastorale femminile è chiamata ad un compito importante: quello di valorizzare le tante virtù della donna e di sottolineare la sua diversità dall'uomo. Una diversità che non significa, naturalmente, inferiorità. Ma, semplicemente, la presa di coscienza del fatto che ognuno è chiamato a dare al mondo un contributo differente.
La realizzazione della donna non sta nel "mascolinizzarsi" fino a perdere le sue specifiche qualità, come ha ricordato più volte Papa Giovanni Paolo II. Una ragazza che, nel suo ambiente di lavoro, diventa carrierista ed aggressiva non può essere felice.
Alcuni anni fa ho conosciuto una ragazza che rifiutava l'idea di sposarsi, perché diceva di voler mantenere la propria libertà. Le mogli e le madri, secondo lei, finivano inevitabilmente per diventare schiave dei mariti e dei figli.
La stessa ragazza, però, era disposta a sottoporsi a ritmi di lavoro incessanti, accettando condizioni disumane, pur di fare carriera. Non voleva essere schiava della famiglia. Ma, a poco a poco, era diventata schiava del suo datore di lavoro.
L'ho incontrata di nuovo, alcuni anni dopo, in preda ad un esaurimento nervoso. Aveva investito tutte le sue forze in un falso ideale. Ormai, non aveva più la possibilità d'avere figli. Si era resa conto d'aver sprecato la sua vita, tentando d'essere la "fotocopia" di un uomo.
Questa triste storia assomiglia a quella di tante donne tradite e deluse dagli ideali di un certo femminismo estremista. Rinunciano per anni alla maternità, pur di restare nel mondo del lavoro. Poi, a trentacinque-quarant'anni, sentono la voglia d'avere un figlio ad ogni costo. Sono i frutti di una mentalità sbagliata che ancora oggi condiziona le scelte di vita di tante ragazze.
Il compito della pastorale femminile è quello di ricordare alle donne l'importanza della loro natura più autentica. La società non ha bisogno di caricature di uomini, ma di persone dotate di sensibilità, che sappiano ingentilire e migliorare l'ambiente con la propria presenza umanizzatrice.
Non bisogna lamentarsi se l'arrivo di un figlio (naturale o adottivo) può rischiare di rallentare una carriera. Al contrario, si deve ringraziare il Signore del dono ricevuto.
Il mondo ha bisogno di poesia. Chi, più della donna, può donargliela?
Carlo
Climati
Articolo pubblicato su "Mondo Voc" (Aprile 2006).
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